Perturbazione, tutto sul nuovo album: intervista a Rossano Lo Mele

festivalbar January 18, 2016
Perturbazione, tutto sul nuovo album: intervista a Rossano Lo Mele
[Foto di Fabrizio Cestari]

I Perturbazione, di Torino, sono attivi dagli anni Ottanta e hanno esordito – con l’album di debutto Waiting to Happen – nel 1998. Da quel momento, passo dopo passo, con umiltà, determinazione e personalità hanno seguito un proprio percorso lungo le perigliose strade del pop italiano d’autore, quello che trascende le formule troppo easy e patinate. Una scelta forse difficile da un punto di vista della soddisfazione immediata, ma vincente e solida sul lungo periodo. Non per nulla, nel 2016, la band è ancora viva, vegeta ed entusiasta – come dimostra il nuovo album (il settimo) Le storie che ci raccontiamo, in uscita il prossimo 22 gennaio e anticipato dal singolo (anche se a loro piace chiamarlo semplicemente “canzone”) “Dipende da te”.

Abbiamo avuto modo di scambiare quattro piacevolissime chiacchiere con Rossano Lo Mele, storico batterista della band sabauda – nonché direttore di una delle riviste musicali più longeve e blasonate della penisola: Rumore. Ecco cosa ci ha raccontato…

I Perturbazione tornano a quasi tre anni dal precedente album: è cambiato qualcosa, nel modo in cui percepite la vostra musica e il vostro lavoro? Insomma, dove sono i Perturbazione nel 2016?
I Perturbazione nel 2016 sono un gruppo che ha attraversato e superato qualche trauma, legato soprattutto ai cambiamenti della formazione occorsi a fine 2014. Siamo un gruppo molto ma molto coeso, ora: che aveva bisogno di un intenso periodo di scrittura per settare stabilmente la nuova “prospettiva” a quattro elementi. Poi c’è tutto il resto. Per esempio la coscienza di chi siamo e a che punto del percorso siamo. Di colpo ci siamo trovati a realizzare – perdona il bisticcio di parole – di avere ancora tanti sogni da realizzare. Musicalmente. Di essere stati a lungo un gruppo considerato emergente e di essere in qualche modo ora emerso. Ma questo non cambia poi molto l’approccio che abbiamo nei confronti della musica. Prima di tutto ne siamo sempre innamorati, come ascoltatori. Scriviamo, editiamo, arrangiamo, correggiamo tutto da soli, continuando a provare meraviglia davanti alla musica che ascoltiamo e sperando di avere la stessa forza durante l’atto creativo: ossia generare meraviglia in chi ci incontra. Siamo sempre sorpresi dal potere unico, universale della musica come linguaggio. Nonostante i tanti anni trascorsi dagli esordi. Semplicemente ora siamo un po’ più consci del nostro passato e del nostro percorso.

Raccontaci la genesi del nuovo album Le storie che ci raccontiamo: come sono nati i pezzi? Ci sono aneddoti, storie, curiosità dietro a queste nuove composizioni?
Il disco è nato relativamente in fretta. Avevamo molta voglia di scrivere. Abbiamo cominciato a lavorare seriamente alla fine del 2014. “La prossima estate”, nonostante la stagione, è stata la prima canzone a essere conclusa, la prima di cui ci siamo detti soddisfatti tutti e quattro. Abbiamo lavorato alla scrittura, agli arrangiamenti e alla registrazione in totale per una decina di mesi. Alla fine dell’estate 2015 avevamo concluso il disco. La vera novità è stata la modalità di lavoro, a questo giro: Cristiano, con l’aiuto di Alex, si è occupato di tutta la parte musicale e degli arrangiamenti. Io ho scritto quasi tutti i testi, che sono stati preziosamente editati e sistemati da Tommaso secondo le sue necessità di cantabilità. Tommaso ha lavorato da solo – e secondo me dando una prova di superba crescita autoriale – anche su tutti gli arrangiamenti vocali.
Curiosità? Noi abbiamo sempre questo modo di lavorare per cui le bozze dei brani hanno dei titoli legati a ciò che nella nostra testa le ispira. Penso per esempio a un pezzo in particolare – una outtake che troverà posto di sicuro nel prossimo disco – che a lungo ha avuto come titolo di lavorazione il misterioso neologismo Sigurriero: necessario per descrivere una crasi estetica fra i Sigur Ros e “Guerriero” di Marco Mengoni.

Il nuovo album è stato inciso in Inghilterra: come mai questa scelta? Come è stato lavorare negli studi di Mike Oldfield?
Il disco è stato inciso in Inghilterra per colpa di Tommaso Colliva, il produttore. Ma è una battuta. Sin dalla fase di scrittura noi volevamo che l’album fosse prodotto da lui. L’abbiamo contattato e lui ha mostrato subito interesse. Solo che all’epoca era impegnatissimo in Canada per la registrazione del disco dei Muse, Drones: band di cui ormai Tommaso è una specie di componente aggiunto. Noi per conto nostro abbiamo deciso di ritardare le registrazioni e l’uscita e a quel punto Colliva si era liberato. Però ormai lui vive a Londra, appunto, per scelta professionale. Quindi ci ha detto: ci terrei a fare il vostro disco, ma dovreste venire voi qui. Quindi noi l’abbiamo raggiunto. La fase iniziale – incisione cioè di batterie e bassi – è stata fatta nello studio di Mike Oldfield. Fuori Londra, cartolina da campagna inglese. Una casa immersa nella vegetazione locale. Mike non vive più lì, sta alle Bahamas. Ma negli anni 70 fece costruire lo studio per sé. Ora lo gestisce suo figlio Luke. Un piccolo studio costruito perfettamente, in termini di ingegneria acustica; è tutto comodo, facile e funzionale. A parte il fatto di dover lavorare con tutti i dischi d’oro di Oldfield appesi alle pareti. Che, come dire, ti ricordano quanto piccolo sei e in parte ti responsabilizzano, nello stare lì. La parte finale del disco è stata ultimata nello studio di Colliva, a Londra città. Un ex bottonificio ristrutturato, non distante dall’Alexandra Palace, per gli appassionati di geografia e cose musicali londinesi. Inevitabilmente alla fine ne è venuto fuori un disco molto “brit”, a parte la lingua.

Lo scorso anno vi abbiamo visti con piacere a Sanremo… per il 2016 a quanto pare non parteciperete. E’ una scelta precisa? Cosa vi è rimasto di quell’esperienza?
L’esperienza del festival – non è un mistero, lo abbiamo detto più volte – è stata per noi travolgente. Sotto ogni e sottolineo ogni punto di vista. Ci ha permesso di arrivare a persone che neanche sapevano chi fossimo; e quasi sicuramente ce ne ha fatte perdere altre che hanno visto nel nostro passaggio a Sanremo un tradimento o una perdita di street credibility. Ognuno la vede come crede, del resto. Di sicuro ancora oggi quel riverbero non si è perso e moltissimi ce ne parlano, sempre, ricordando la cosa con affetto e supporto. Quasi inimmaginabile. Questo anche per merito della canzone (“L’unica”) e del suo relativo successo. Come dice il nostro amico ed ex produttore Max Casacci dei Subsonica: in quei momenti il biglietto d’uscita conta più del biglietto d’ingresso. Una buona metafora. Nel 2016, come ormai si sa, non ci saremo. Non è stata una scelta precisa. Noi – come tre quarti d’Italia musicale, che lo ammetta o meno – vista la coincidenza di tempi con il nuovo disco abbiamo presentato un brano che ritenevamo idoneo. Ce la siamo giocata fino all’ultimissima curva. Poi si sa come va in queste situazioni: qualcuno vince di un soffio e qualcuno resta dietro. Ma fa parte del gioco, se decidi di giocarlo, senza fare drammi. Guarderemo comunque il festival con curiosità come ogni anno. Tifando per l’amico Enrico Ruggeri.

Rossano, tu oltre a essere il batterista dei Perturbazione ricopri anche il ruolo di direttore dell’ormai storica testata musicale Rumore. Come riesci a conciliare questi due ruoli? Ti risulta difficile – a livello pratico, ma anche professionale (c’è chi potrebbe storcere il naso per il fatto che un musicista dirige un mensile musicale)?
Citando un film datato potrei dire che la mia è un’anima divisa in due. Metà della mia vita è dedicata a suonare musica. L’altra metà ad ascoltarla. A seconda dei periodi, quando una delle due parti di volta in volta assorbe più energie. Non mi risulta difficile a livello pratico gestire queste due cose: sono le uniche due cose che faccio in pratica sin da quando sono adolescente, solo che ora in qualche bislacca maniera sono diventate un lavoro, da semplice passione che erano. E alla fine, sinora, non ho mai saputo o dovuto scegliere. Le cose si sono evolute così in maniera lineare, al di là di qualsiasi progetto potessi stilare. In un paese che vive di processi alle intenzioni – ma anche di tanta disonestà da parte di chi occupa determinati ruoli, e non sto parlando solo di musica – capisco che questo mio doppio ruolo possa attorcigliare gli organi digestivi di qualcuno. Io credo che in questi casi debba parlare solo la deontologia della persona. I fatti concreti. La vita senza sonoro. Tengo del tutto separati i due ambiti, da sempre. Per quanto riguarda il giornale mi confronto sempre con la redazione per tutte le decisioni “pesanti”, cercando di far prevalere le scelte editoriali comuni e mai anteponendo il mio capriccio o gusto. Cercando di far emergere ciò che in quel preciso momento merita di essere raccontato. Limitatamente al nostro recinto, ovvio. Faccio questa vita da oltre 20 anni, avrò commesso miliardi di errori, ma spero (e credo) mai con il dolo. O in maniera scorretta. Lo dico in maniera provocatoria e volutamente iperbolica: certe volte sarebbe stato come chiedere a Chris Anderson, ex direttore di Wired Stati Uniti, di non scrivere saggi di tecnologia solo perché dirigeva una testata dedicata alla tecnologia.

Ultima domanda, concedici una piccola autocitazione… tu seguivi il Festivalbar? Hai qualche ricordo legato alla manifestazione? Se venisse riproposto, partecipereste con i Perturbazione?
Ma sei matto? Certo che ricordo il Festivalbar. Per ovvie questioni anagrafiche. A suo modo d’estate – un po’ come il festival di Sanremo d’inverno – era una di quelle manifestazioni che univa il paese. Ricordo distintamente quando a un certo punto di ogni puntata il patron, Salvetti, veniva invitato sul palco per un saluto al pubblico. Visto da casa, da bambini, era un atto se vuoi un po’ bonario, ma rassicurante. Non esito quindi a risponderti: se venisse riproposto il Festivalbar saremmo felici e onorati di partecipare, coi Perturbazione. Del resto a noi è sempre interessato aprire porte e orecchie più che chiuderle e fare calcoli. Dai centri sociali più gelidi ai teatri più azzimati, dagli show televisivi alle occupazioni scolastiche, noi abbiamo sempre suonato per tutti. E vorremmo continuare a farlo.

 

 

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